Spada e chiavi

Due strumenti, due doni nuziali.

La SPADA di chi ha saputo arrendersi, piuttosto che continuare a difendersi. Non è lo sguardo di un guerriero, ma di un ferito; non di un sopravvissuto, però, bensì di un guarito. Perché le ferite le portano entrambi: i sopravvissuti e i guariti. La spada che Paolo oggi consegna al vostro “sì” non è dunque arma, ma testimonianza: è la prova che risolve il mistero dell’amore, perché l’amore rende vincenti coloro che dall’amore si sono lasciati vincere. Non è spada per provocare ferite, ma fuoco che le cauterizza, per illuminare feritoie.

Le CHIAVI di chi, fuggendo la tentazione di cercare altro, ha saputo vedere oltre. Ianitor cæli, si diceva di Pietro, ovvero portinaio. E cosa fa un portinaio? Oltre la porta riconosce un amico: il suo sguardo non è noiosamente fissato sulla porta, ma segue l’avventura del cuore che supera la barriera, fino a trasformarla in incontro. Le chiavi che vi vengono consegnate sono quelle che, di fronte alla quotidiana tentazione di barricarsi, vi permetteranno di non dimenticare che la vostra casa è sicura a motivo di chi per amore non smette di bussare. Non sono chiavi di paura, ma di fedeltà.

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Morire di gioia

Morire di gioia. Della tua gioia. Questo è il segreto evangelico del bambino, perché lui sa che la Vita è profezia di gioia e martirio di compassione.

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Solo un orfano muore di fame

Solo un orfano può morire di fame. Così diceva il mio rettore, uomo di missione, ben sapendo che un papà ed una mamma sanno frantumarsi e sbriciolarsi, pur di nutrire.

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Mi manchi

«Mi manchi», trovo scritto sullo sfondo del Sacramento. Forse perché il posto del Sacramento è proprio questo: la mancanza, a volte anonima, a volte imbarazzata, di chi non sa trovare la risposta. Non è celebrazione di un dogma, ma esperienza di una presenza; non è trionfo, ma missione; non marcia, ma pellegrinaggio vissuto con l’Amico verso il fratello. Radunati intorno al cuore della casa per riconoscerci ancora porte aperte e vicine, perché tutti possano entrare: attiraci a Te, spingici verso chiunque!

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Insieme

Che poi, onestamente, non importa quel che scrivi, ma che tu lo scriva con qualcuno: il mistero della vita non è contenuto, ma compagnia.

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A fuoco

Mettere a fuoco per non bruciare, ardere per non consumare: non è la festa della combriccola dei supporters, ma la festa della comunione degli insopportabili. Oggi possiamo dire con onestà il nome dei nostri insopportabili, vicini o lontani che siano, così da implorare sinceramente la Grazia di mettere a fuoco il volto del fratello, così da non bruciare relazioni, la Grazia di ardere di pazienza, così da non consumare prossimità.

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Fraterna ustione

Ci ustiona il fuoco del Suo amore per noi, perché chi ama sa guardare ciò che noi nasconderemmo volentieri. Ustione, ferita che si rivela feritoia di fraternità. Fuoco di carità, che ci rende riconoscibili gli uni agli altri, proprio perché tutti feriti guariti, condannati graziati, moribondi immortali.

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Cielo promettente

Non ci ha tolto la sua compagnia, ma ci ha condiviso la sua strada: poteva scappare, invece è ritornato, così che tutti potessimo seguirlo. Quel cielo, sua misteriosa origine, è ora per noi una meta promettente.

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Inutile amore

Nessun gesto d’amore è più bello dello stringere delicatamente le mani del bambino che debba imparare a camminare (e dell’anziano e dell’infermo che debbano imparare di nuovo a farlo), eppure nessun gesto è tanto inutile. Si danno le mani per toglierle, si sorregge per lasciare, si sta vicino per permettere di andare lontano. Ma l’amore è così: è rendersi inutili.

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Imparare l’amore

L’amore ha la misura familiare dell’imitazione, non quella teorica della perfezione e nemmeno quella violenta della competizione. «L’amore non è una cosa che si possa insegnare, ma è la cosa più importante da imparare» [San Giovanni Paolo II].

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