Carissimo Pietro

Carissimo Pietro, pastore mio amato,
questa seconda notte santa la voglio affrontare al tuo fianco.

Anzitutto ci tengo a raccontarti un piccolo episodio. Questa mattina, poco dopo le 12.00, sono uscito dal mio confessionale e, mentre mi dirigevo verso l’uscita, ho pensato come quelli fossero gli ultimi istanti per vedere Gesù, prima di dover sperimentare la Sua assenza. Tempo di realizzarlo, vedo il parroco che porta via la pisside. Mi sono sentito smarrito e il tuffo al cuore deve aver provocato una tale implosione delle mie viscere da farmi scendere una lacrima.

«Hanno portato via il mio Signore e non so dove lo hanno posto», diceva Maria nel giardino, quando ormai temeva di averLo perduto per sempre. Ma io non mi sono commosso pensando a lei, troppo delicata per essermi vicina. No, sono i tuoi occhi quelli che ho sentito nel mio sguardo, mentre Lo vedevo andarsene.

E ho pensato ai tuoi occhi, quell’istante, quella notte, mentre vennero per portarteLo via. Eppure, quando LUI l’aveva predetto, tu avevi garantito: «non accadrà mai». E mentre la notte più buia della tua vita avanzava, ancor più veloce del passo notturno di Giuda, anche i tuoi occhi avanzavano nell’oscurità: «non ti tradirò mai» Gli avevi detto, mosso dal fuoco di una passione ora spenta dal rintoccare della voce del gallo.

Ecco, è con questi tuoi occhi, esperti di reti vuote che frantumano promesse, che ho guardato il Signore. E da questi tuoi occhi nei miei è scesa una lacrima. «Piango alla confessione: che problema ho?», mi ha chiesto qualcuno in confessionale ieri. Che problema? Nessun problema, tutta Grazia. Perché non c’è Grazia più grande di quella che sappia farmi riconoscere disgraziato graziato.

Disgraziato, Pietro! Tu che con le tue rughe degli occhi, cementificate nei calli delle mani e nelle voragini del cuore, sei il numero uno, perché sai raccontare il duro mestiere di imparare a perdere. Perché per vincere bisogna allenarsi molto, per perdere è necessario non smettere di vivere: la vita, quella vera, avanza per perdite superate, mentre regredisce paurosamente ad ogni tentativo di dribbling della capitolazione.

Chissà da quanto sentivi che l’avresti perso…penso da molto. Da tempo avevi immaginato te con quella spada, in un gesto caoticamente eroico, capace di suscitare strepiti e applausi, tali da farti dimenticare il tuo aver dimenticato LUI.

Da quanto tempo non Lo guardavi più come Lo guardi ora, con gli occhi segnati dalla perdita? Da quanto avevi abbandonato il tuo primo amore, divenendo tiepido? Perché io oggi ho capito che da troppo tempo non Lo guardavo più così. E, insieme a te, me ne sono pentito, iniziando il logorante lavoro del lutto dei miei propositi e ideali, per raccogliere la mia vita da quel punto di sintesi che LUI ha predisposto: la perdita.

Ama chi sa perdere. E tu lo sapevi da quel giorno sul lago, perché l’amore parla chiaro e non lascia dubbi. Ma poi si inizia sempre a preoccuparsi di non perdersi è così si smette di vivere.

Io credo che oggi a me e a te LUI abbia fatto un grande dono: ci ha già fatti risuscitare. Come? Ha rotolato via la pietra dei nostri trofei e ci ha mostrati a noi stessi per quel che siamo: perdenti. E abbiamo pianto la perdita, irrigando la vittoria.

#scrivimisulcuore

+ Vangelo di San Giovanni

In quel tempo, Gesù uscì con i suoi discepoli al di là del torrente Cèdron, dove c’era un giardino, nel quale entrò con i suoi discepoli. Anche Giuda, il traditore, conosceva quel luogo, perché Gesù spesso si era trovato là con i suoi discepoli. Giuda dunque vi andò, dopo aver preso un gruppo di soldati e alcune guardie fornite dai capi dei sacerdoti e dai farisei, con lanterne, fiaccole e armi. Gesù allora, sapendo tutto quello che doveva accadergli, si fece innanzi e disse loro: «Chi cercate?». Gli risposero: «Gesù, il Nazareno». Disse loro Gesù: «Sono io!». Vi era con loro anche Giuda, il traditore. Appena disse loro «Sono io», indietreggiarono e caddero a terra. Domandò loro di nuovo: «Chi cercate?». Risposero: «Gesù, il Nazareno». Gesù replicò: «Vi ho detto: sono io. Se dunque cercate me, lasciate che questi se ne vadano», perché si compisse la parola che egli aveva detto: «Non ho perduto nessuno di quelli che mi hai dato». Allora Simon Pietro, che aveva una spada, la trasse fuori, colpì il servo del sommo sacerdote e gli tagliò l’orecchio destro. Quel servo si chiamava Malco. Gesù allora disse a Pietro: «Rimetti la spada nel fodero: il calice che il Padre mi ha dato, non dovrò berlo?». […] Intanto Simon Pietro seguiva Gesù insieme a un altro discepolo. Questo discepolo era conosciuto dal sommo sacerdote ed entrò con Gesù nel cortile del sommo sacerdote. Pietro invece si fermò fuori, vicino alla porta. Allora quell’altro discepolo, noto al sommo sacerdote, tornò fuori, parlò alla portinaia e fece entrare Pietro. E la giovane portinaia disse a Pietro: «Non sei anche tu uno dei discepoli di quest’uomo?». Egli rispose: «Non lo sono». Intanto i servi e le guardie avevano acceso un fuoco, perché faceva freddo, e si scaldavano; anche Pietro stava con loro e si scaldava. […] Intanto Simon Pietro stava lì a scaldarsi. Gli dissero: «Non sei anche tu uno dei suoi discepoli?». Egli lo negò e disse: «Non lo sono». Ma uno dei servi del sommo sacerdote, parente di quello a cui Pietro aveva tagliato l’orecchio, disse: «Non ti ho forse visto con lui nel giardino?». Pietro negò di nuovo, e subito un gallo cantò.

[Gv 18,1-11.15-18.25-27]

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don Carlo Pizzocaro

Sono nato il 16 luglio 1987 a Lanzo Torinese da Gemma Teppa e Giannino Pizzocaro, secondogenito, dopo mio fratello Alberto.

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