Carissimo Giuda

Carissimo Giuda, fratello mio amato,
non potevo che scrivere immediatamente a te in questa notte santa!

Non voglio spingerti a facili illusioni: in questo Cenacolo, che, attraversato ogni tempo, è giunto in questo “oggi”, nessuno di noi ha il coraggio di identificarsi con te. Non godi di particolari simpatie tra noi, discepoli del tuo stesso Signore, ma tra noi e te, ad essere onesti, la distanza non è poi più grande che rispetto agli altri undici. Anche perché, se LUI ti ha scelto tra i dodici, significa che in ogni Cenacolo della storia c’è posto per tutti, anche per il traditore.

E io questa sera voglio sospendere l’ipocrita tiro a segno contro la tua figura per sospirare e dire serenamente: menomale che ci sei, Giuda, fratello mio amato!

Menomale che ci sei, perché altrimenti il moralismo con il quale valuto eventuali investimenti migliori dei miei talenti, pur di trattenerli ancora per un poco, mi vedrebbe escluso dalla Sua Pasqua. Ma chi di noi, intuendo lo spreco amoroso verso il quale LUI spinge incessantemente la vita di ciascuno, non si è mai riparato dietro altissime ragioni, che poi erano vilissime dilazioni? E pensa: nella casa dove l’Amore si consuma c’è posto anche per chi, come me e te, di amare sino alla fine non ne ha poi tanta voglia.

Menomale che ci sei, perché altrimenti le mie comunioni vuote di comunione sarebbero una vera e propria condanna all’espulsione, senza possibilità di ricorso o patteggiamento. È imbarazzante che qualcuno ti dia la possibilità di mettere la mano nel suo piatto, pur sapendo che non vuoi condividere, ma solo prendere: se sei disponibile a lasciarti derubare, o sei tonto, o mi vuoi davvero bene. Ci si fermerebbe il cuore, se accettassimo che, come con te, anche con noi il Signore si spende per guadagnarsi la perdita che siamo.

Menomale che ci sei, perché altrimenti il mio sperimentare la profondità della notte quando svendo quel che mi è dato per comprare ciò che ho voluto, sarebbe una mortale affamazione del mio cuore. Più volte al giorno tratto come pulci le mie perle, mettendole sul banco del miglior offerente, per inseguire chissà che cosa; e tra queste pulci anche io, come te, butto (troppo) spesso la Perla più preziosa, quella inestimabile. E, ogni volta che la perdo, mi guardo indietro con occhi pieni del vuoto di chi si sente un fallito. Ma poi è la perla stessa a rotolare indietro, domandandomi semplicemente di abbassarmi per vederla e raccoglierla. Ma c’è chi, pur di non abbassare lo sguardo, preferisce legare la testa in alto, così da non piegarsi mai (perdona il riferimento alla tua tragica fine, ma ci stava).

Menomale che ci sei, perché altrimenti il mio avvelenare con un bacio segnerebbe la rinuncia ad ogni tentativo di amore. Perché anche tu hai provato ad amarLo ma, diciamocelo, mica è tanto semplice! Alla fine dei conti amare LUI significa sottomettersi a LUI e nessuno ha voglia di sottomettersi. Eppure tutti cerchiamo di tenerceLo buono, sorridendo e ammiccando, pur se spesso (ben più di quel che osiamo ammettere) vorremmo farLo sparire anche noi nell’abbraccio violento di chi Lo assicuri alla (nostra) giustizia. La cosa assurda è che LUI abbia scelto di guarirci morendo per noi, quindi persino il nostro veleno diventa occasione per amarLo un po’ di più.

Menomale che ci sei, perché altrimenti i miei falsi e stucchevoli pentimenti mi avrebbero già consumato. Quante confessioni balorde: quelle che programmi già mentre stai peccando («tanto poi mi confesso…»), quelle che sono perdita a tavolino, perché quel che manca è la voglia di combattere. E LUI cosa fa? Non mi chiede di vincere per entrare nel Suo campo, ma entra nel mio campo per farmi vincere. E se c’è una cosa che davvero gli piace, è entrare sul campo che ci ha resi perdenti, per consacrarci lì come eroi.

Menomale che ci sei, Giuda, amato fratello mio, perché alle Cene impegnative è sempre consolante trovarsi vicino a chi, come te, non abbia capito un accidente della bontà del cibo che si trovi in bocca.

Ora il problema sarà solo quello di fare dei tuoi errori una ragione di conversione e non di consolazione. Perché la comunione con il peccato, scusandoci, non ci porta a chiedere perdono, mentre la comunione con il peccatore, interrogandoci, ci getta nell’abbraccio sicuro del porto sospirato.

Ecco, ti faccio una promessa, mio strettissimo compagno di strada: io non mi lascerò portare via dalla tempesta, in cui, come te, mi sono infilato. Lotterò per il porto e, una volta arrivato, dedicherò a te il traguardo conquistato. Tu non ci sei arrivato ma chissà che tra fratelli ci si possa dividere anche la vittoria di uno, dopo le perdite di entrambi. Io ci spero: a presto!

#scrivimisulcuore

+ Vangelo di San Giovanni

Prima della festa di Pasqua, Gesù, sapendo che era venuta la sua ora di passare da questo mondo al Padre, avendo amato i suoi che erano nel mondo, li amò sino alla fine. Durante la cena, quando il diavolo aveva già messo in cuore a Giuda, figlio di Simone Iscariota, di tradirlo, Gesù, sapendo che il Padre gli aveva dato tutto nelle mani e che era venuto da Dio e a Dio ritornava, si alzò da tavola, depose le vesti, prese un asciugamano e se lo cinse attorno alla vita. Poi versò dell’acqua nel catino e cominciò a lavare i piedi dei discepoli e ad asciugarli con l’asciugamano di cui si era cinto. Venne dunque da Simon Pietro e questi gli disse: «Signore, tu lavi i piedi a me?». Rispose Gesù: «Quello che io faccio, tu ora non lo capisci; lo capirai dopo». Gli disse Pietro: «Tu non mi laverai i piedi in eterno!». Gli rispose Gesù: «Se non ti laverò, non avrai parte con me». Gli disse Simon Pietro: «Signore, non solo i miei piedi, ma anche le mani e il capo!». Soggiunse Gesù: «Chi ha fatto il bagno, non ha bisogno di lavarsi se non i piedi ed è tutto puro; e voi siete puri, ma non tutti». Sapeva infatti chi lo tradiva; per questo disse: «Non tutti siete puri». Quando ebbe lavato loro i piedi, riprese le sue vesti, sedette di nuovo e disse loro: «Capite quello che ho fatto per voi? Voi mi chiamate il Maestro e il Signore, e dite bene, perché lo sono. Se dunque io, il Signore e il Maestro, ho lavato i piedi a voi, anche voi dovete lavare i piedi gli uni agli altri. Vi ho dato un esempio, infatti, perché anche voi facciate come io ho fatto a voi».

[Gv 13,1-15]

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don Carlo Pizzocaro

Sono nato il 16 luglio 1987 a Lanzo Torinese da Gemma Teppa e Giannino Pizzocaro, secondogenito, dopo mio fratello Alberto.

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